Nel corso del convegno “Il risarcimento del danno grave alla persona nella responsabilità civile automobilistica e sanitaria”, organizzato dall’IVASS a Roma il 13 aprile 2026, è intervenuto Giacomo Travaglino, già Presidente della Terza Sezione Civile della Corte di Cassazione, affrontando alcune questioni particolarmente rilevanti nell’ambito della liquidazione del danno non patrimoniale.
Tra i temi affrontati vi sono stati la necessità di introdurre una tabella nazionale per il danno da perdita del rapporto parentale, il possibile ricorso alla rendita vitalizia quale forma di risarcimento e l’impatto del progresso medico e tecnologico sulla valutazione dell’invalidità permanente.
Con riferimento al danno da perdita del rapporto parentale, Travaglino ha evidenziato come il panorama giurisprudenziale continui a presentare significative difformità applicative, sottolineando l’opportunità di adottare un sistema tabellare unico a livello nazionale che assicuri maggiore uniformità e prevedibilità delle decisioni.
Secondo l’ex magistrato della Cassazione, gli attuali criteri liquidativi rischierebbero di attribuire un peso eccessivo agli aspetti dinamico-relazionali della lesione, finendo per trascurare quello che rappresenta il nucleo essenziale di tale pregiudizio: il dolore derivante dalla perdita o dalla compromissione di un legame affettivo significativo.
La questione centrale resta però individuare il corretto equilibrio tra esigenze di uniformità e necessità di personalizzazione. Se da un lato il sistema richiede criteri prevedibili e coerenti, dall’altro appare evidente come la sofferenza umana non possa essere ricondotta a schemi rigidamente standardizzati.
È proprio questo il limite che accompagna ogni tentativo di costruire modelli valutativi eccessivamente rigidi. Il rischio concreto è quello di trasformare il danno parentale in una categoria astratta, governata da automatismi numerici che finiscono per allontanarsi dall’effettiva esperienza vissuta dalle persone coinvolte.
Del resto, ogni relazione familiare presenta caratteristiche uniche e irripetibili, così come non esiste una modalità uniforme di elaborazione del lutto.
La morte di un figlio, di un genitore o del coniuge, così come la gravissima lesione di una persona cara, può incidere in maniera profondamente diversa sulla vita dei superstiti. A determinare tale diversità concorrono numerosi fattori: l’intensità del legame affettivo, la quotidianità condivisa, la dipendenza emotiva reciproca, la presenza concreta nella vita dell’altro, i progetti comuni e il ruolo svolto all’interno dell’equilibrio familiare.
Per questa ragione la liquidazione del danno non può esaurirsi nel semplice richiamo a parametri tabellari. Tali strumenti costituiscono certamente un punto di partenza, ma non possono sostituire l’analisi approfondita del caso concreto.
Ciò che troppo spesso sembra mancare, soprattutto nella fase stragiudiziale, è la capacità di comprendere e rappresentare adeguatamente l’effettiva incidenza che quella specifica perdita ha avuto sulla vita del soggetto danneggiato. Una sensibilità che dovrebbe caratterizzare tanto chi assiste le vittime quanto chi è chiamato a riconoscere il corretto ristoro del danno subito.
In questo contesto, le elaborazioni tabellari sviluppate dai Tribunali di Milano e Roma rappresentano probabilmente uno dei migliori punti di equilibrio oggi disponibili. Pur fondandosi su criteri di calcolo predeterminati, esse lasciano infatti spazi di personalizzazione sufficientemente ampi da consentire una quantificazione realmente aderente alle peculiarità del singolo caso, purché supportata da un’adeguata attività istruttoria, da testimonianze attendibili e da elementi oggettivi di riscontro.
L’auspicio è che un eventuale intervento legislativo volto all’introduzione di una tabella nazionale non disperda questo patrimonio di esperienza applicativa, limitandosi piuttosto a recepire e valorizzare i criteri già consolidati presso i principali tribunali italiani.
Particolarmente controverse appaiono poi le considerazioni formulate da Travaglino in materia di danno biologico, soprattutto laddove viene attribuita rilevanza al progresso delle moderne tecnologie protesiche.
Secondo l’ex magistrato, l’evoluzione scientifica e robotica sarebbe tale da incidere profondamente sul concetto stesso di invalidità permanente, mettendo in discussione valutazioni e liquidazioni effettuate in epoche nelle quali il quadro medico-tecnologico era profondamente diverso.
In tale prospettiva viene richiamata la sentenza della Corte di Cassazione n. 31574 del 25 ottobre 2022, che ha evidenziato la necessità di verificare caso per caso se il risarcimento del danno biologico permanente debba essere riconosciuto in forma di rendita vitalizia anziché mediante corresponsione di un capitale una tantum.
Secondo questa impostazione, la rendita e la conseguente possibilità di adeguare nel tempo le somme corrisposte rappresenterebbero lo strumento più idoneo a garantire un equilibrio tra risarcimento e progresso tecnologico.
La domanda provocatoria posta da Travaglino – se oggi una protesi in titanio possa consentire a una persona di partecipare persino alle Olimpiadi – è certamente suggestiva, ma apre interrogativi particolarmente delicati.
Dietro l’apparente modernità del ragionamento si cela infatti il rischio di utilizzare il progresso medico come elemento idoneo a ridurre l’entità del risarcimento spettante alla vittima.
Il nodo fondamentale non riguarda la qualità tecnologica delle protesi disponibili sul mercato, bensì le conseguenze permanenti che la menomazione continua a produrre nella concreta esistenza della persona che l’ha subita.
Allo stato attuale nessun presidio protesico è in grado di restituire integralmente l’arto perduto o la piena funzionalità originaria, né di eliminare le ripercussioni psicologiche, emotive ed esistenziali che derivano dall’evento lesivo.
Anche il riferimento agli atleti paralimpici appare scarsamente rappresentativo della realtà. Non può infatti essere assunto come parametro generale chi, grazie a dispositivi altamente sofisticati, a strutture specialistiche e a programmi di allenamento dedicati, riesce a raggiungere risultati sportivi di eccellenza.
La condizione della maggior parte delle persone che subiscono un’amputazione è profondamente diversa e ben lontana da tali situazioni eccezionali.
Il pericolo è quello di arrivare progressivamente a un sistema nel quale la gravità della lesione non venga più valutata in rapporto alla perdita effettivamente subita dalla persona, ma in funzione della capacità delle tecnologie disponibili di compensarne teoricamente gli effetti.
Tuttavia, nessuna innovazione tecnica può ridurre la sofferenza umana a un problema meramente ingegneristico suscettibile di aggiornamento periodico.
Se il progresso scientifico diventa il parametro principale per determinare, e talvolta ridurre, il risarcimento dovuto, il sistema rischia di perdere di vista il proprio riferimento essenziale: la persona, la sua dignità e l’irreversibilità delle conseguenze che determinate lesioni continuano a produrre nella vita quotidiana.
Occorre inoltre considerare che la mera esistenza di protesi tecnologicamente avanzate non coincide necessariamente con la concreta possibilità per ogni danneggiato di accedervi, sostenerne i costi, adattarsi al loro utilizzo e trarne benefici effettivi e duraturi.
A ciò si aggiunge un ulteriore profilo spesso trascurato: non tutte le persone riescono ad accettare psicologicamente l’utilizzo di un presidio protesico, pur potenzialmente idoneo a migliorare le proprie condizioni di vita. Una scelta così intima e personale non può trasformarsi in una ragione per comprimere il diritto al pieno risarcimento né diventare oggetto di valutazioni esterne.
Ogni valutazione relativa all’invalidità permanente deve mantenere al centro la concreta esperienza della persona lesa e non limitarsi all’applicazione di parametri standardizzati, per quanto necessari. Perché dietro ogni percentuale di invalidità vi è una persona che dovrà convivere, giorno dopo giorno, con conseguenze irreversibili che nessuna tabella e nessuna tecnologia potranno mai compensare.



